La tecnologia “sulla pelle”

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Da status symbol a strumenti di utilizzo quotidiano. È questo il destino, per certi versi da sempre segnato, dei dispositivi indossabili. Da ninnoli riservati a solo pochi eletti tecnocrati, infatti, i wereable devices hanno iniziato ormai da tempo la loro costante e inarrestabile scalata all’Olimpo dei “prodotti indispensabili e irrinunciabili”, al pari dei loro “cugini maggiori” smartphone e tablet.

Che si sia di fronte a un mercato in netta esplosione non è sicuramente un segreto per nessuno. Già due anni orsono il prestigioso istituto di ricerca americano IDC aveva previsto un vero e proprio boom mondiale di questi prodotti, riportando vendite per 6,2 milioni di pezzi nel 2013 e di 19,2 milioni nel 2014, per una crescita di ben il 209% anno su anno. E prevedendo, per il periodo 2013-2018 una crescita media annua del 78,4%. Dello stesso parere anche dell’altrettanto prestigioso istituto di ricerca, sempre statunitense, Gartner, che stima per la fine dell’anno in corso un aumento delle vendite del 18% e ricavi per 29 miliardi di dollari, di cui 11 miliardi provenienti dalle vendite nel solo segmento smartwatch.
Ma non finisce qui. Andamento analogo è stato sottolineato anche all’interno del report “Wearable Medical Devices Market – Forecast (2015-2020) pubblicato da IndustryARC pochi mesi orsono, prevedendo una crescita di mercato che dovrebbe arrivare a toccare di 41,3 miliardi di dollari nel 2020 (per ben 422,5 milioni di pezzi in circolazione, ndr), in crescita del 21,3% rispetto al valore registrato nel 2015, pari a circa 15,7 miliardi di dollari.

Non mancano comunque posizioni scettiche o del tutto contrarie, come ad esempio quella diffusa qualche giorno fa dalla britannica Kantar, che lamenta ancora un ritardo nella penetrazione di questo genere di dispositivi: stando alle proiezioni degli analisti inglesi,  negli USA solo il 12,2%, una persona su 10, possiede un wearable, mentre nell’area UE4 (quella più vicina alla nostra Svizzera) solo il 6,6%.

L’offerta di prodotti inseriti all’interno del settore wereable è davvero ampia e variegata e spazia da orologi connessi ad auricolari senza fili, passando per braccialetti per il fitness o per il controllo dell’attività sportiva e dispositivi per la sicurezza personale o per il rilevamento della posizione geografica. Senza contare i dispositivi elettromedicali per la teleassistenza e la telemedicina, o apparecchiature di utilizzo prettamente professionale, spesso e volentieri sviluppate con l’ausilio di veri e propri apparati robotici. La stessa IDC classifica questi prodotti in tre grandi classi: “Complex Accessories”, ossia in grado di operare pienamente solo in connessione con un altro dispositivo smart; “Smart Accessories”, ossia capaci di poter installare app o software di terze parti; “Smart Wearables”, ossia capaci di funzionare in totale autonomia.

Grazie a questi device è possibile adempiere a una lunga serie di attività, alcune di esse davvero utili e indispensabili, come, ad esempio, il monitoraggio del sonno, il calcolo delle calorie consumate, o il rilevamento dei battiti cardiaci. O ancora, la possibilità di poter comunicare, condividere il proprio status, accedere alla rete, e gestire i propri impegni personali e professionali in modo semplice e veloce e, soprattutto, in “modalità multitasking”, continuando cioè a svolgere in contemporanea altre differenti attività.

Come ben comprensibile i vantaggi derivanti da questa tecnologia sono davvero incalcolabili, aggiungendo una sorta di piccola centralina elettronica al nostro organismo. Non a caso, quelli che – presumibilmente – potrebbero essere i possibili sviluppi futuri prevedono addirittura l’inserimento di minuscoli microchip direttamente all’interno del corpo umano. Così come ampiamente dimostrato durante l’ultima edizione del CeBIT di Hannover, degno teatro delle ultime tendenze del movimento biohacking.
E, si badi bene, non si tratta certo di primi e timidi passi verso la trasformazione degli esseri umani in fantascientifici cyborg o provetti Iron Man, come vorrebbe far intendere qualche “male lingua”, ma solo dell’inizio della naturale evoluzione della moderna industria hi-tech in ottica smart city e Internet of Things.

Molte sono anche le case costruttrici impegnate in questo settore, a iniziare dagli “specialisti” e dai grandi nomi della consumer electronics, fino ad arrivare agli “outsider” e alle vere e proprie “cenerentole” che iniziano proprio dal settore wereable la loro avventura nel fantastico mondo della tecnologia.

Nikola Tesla, uno dei padri dell’odierna elettronica, ha sempre sostenuto: “La scienza non è nient’altro che una perversione se non ha come suo fine ultimo il miglioramento delle condizioni dell’umanità”. E, con poche possibilità di essere smentiti, i prodotti wereable sembrano proprio andare in questa direzione.

 

La Redazione